Il 5 febbraio del 2006 Andrea Moro ha pubblicato il primo articolo su NFA. Sono passati sei anni (più un mese per scrivere questo post :-)). In questo articolo svolgo alcune riflessioni su come è cambiato il blog e come il blog mi ha cambiato. Cercherò di evitare l’intimismo, anche perché non sono capace, e di ragionare sui dati essenziali. Con, al fondo, l’eterna domanda di sempre: e ora che facciamo?

Come è cambiato il blog.

Il blog è iniziato in modo lento. Il primo articolo di Andrea era in realtà una rapida osservazione su una comparazione assai mal fatta da parte della CGIL dei salari dei diplomati e dei laureati. E anche il secondo articolo, pubblicato ben 9 giorni dopo, non andava oltre la rapida osservazione. Solo dopo gli articoli si fanno più fitti. A breve termine appaiono il primo articolo di Alberto Bisin e il primo articolo di Giorgio Topa.  Michele Boldrin è il prossimo a fare il suo ingresso, con una strepitosa tripletta in cui iniziava il martellamento su un tema a lui caro: l’inadeguatezza e mediocrità delle classi dirigenti italiane, con speciale menzione per un certo ordinario di scienza delle finanze  (compaiono tutti in data 27 febbraio, che mi par strano, forse c’è stato qualche errore con il passaggio al nuovo sito). Buon ultimo, a fine marzo sono arrivato io, con un articolo su un argomento che ora risulta totalmente oscuro (la proposta di una riformetta del mercato del lavoro in Francia con contorno di urla e proteste; chissà che fine ha fatto la riforma).

Gli articoli di quel periodo erano, come avevamo annunciato, seri-ma-non-troppo. Più o meno il blog era l’espressione di un gruppo di amici di lunga data, talvolta lunghissima, che si divertivano a osservare la scena italiana. I commenti erano pochi e soprattutto tra noi, con lo stesso tono con cui ci scambiavamo messaggi di e-mail (guardate per esempio questo scambio tra Alberto e me in calce al mio primo articolo, o le battute tra Alberto e Andrea in calce a questo). Non son ben sicuro di dove volessimo andare, probabilmente da nessuna parte. Era divertente chiacchierare tra amici e basta, e come stimolo al lavoro volontario era sufficiente. Che poi il lavoro non era neanche tanto, almeno nel mio caso. Scrivevo quando ero ispirato e non passavo troppo tempo ad analizzare dettagli istituzionali e dati empirici.

Il successivo anno e mezzo circa fu quello che vide l’affermazione del blog. Il centrosinistra vinse (malamente, ma vinse) le elezioni politiche nell’aprile del 2006. È un po’ divertente e un po’ triste rileggere gli articoli che pubblicammo subito dopo le elezioni. Il commento di Michele fu, come abituale, sferzante e corretto:

Conclusioni: (1) che siano finiti 50-50, e’ il meno, (2) che costoro siano finiti 50-50, e’ gia’ piu’ grave, (3) che abbia vinto l’unione e’ ancora piu’ grave (4) e non tanto perche’ ha perso berlusconi, che e’ l’unica cosa buona, (5) ma perche’ hanno vinto prodi&co ovvero, oltre al suddetto, han vinto d’alema, fassino, angius, veltroni, rutelli, parisi, mastella, bertinotti, craxi jr, cossutta, cossiga, ed anche il divo giulio …

Nel mio pezzo fornivo la seguente analisi:

[D]a una vittoria netta dell’unione c’era poco da aspettarsi. Ora c’è da aspettarsi ancora meno, ma la differenza mi sembra del secondo ordine. In verità, l’unica seria differenza che mi aspettavo era una politica di bilancio più rigorosa rispetto alla destra. Questo me lo aspetto ancora, ossia mi aspetto che il governo prodi controlli il deficit e il debito pubblico meglio del suo predecessore. Questo non è poco. Naturalmente, c’è il down side. Siccome non riescono a ridurre la spesa, l’equilibrio di bilancio verrà ottenuto con maggiori tasse (o mancanza di una loro riduzione, se l’economia va bene).

Rileggere queste cose 6 anni dopo genera, come ho detto, divertimento e tristezza. Il divertimento deriva dalla constatazione che avevamo ragione e avevamo visto giusto. La tristezza anche.

Partendo da quelle premesse, iniziammo subito una critica dura e spietata al governo Prodi. Non che avessimo deciso ”la linea”, ovviamente. Fu un’evoluzione spontanea: semplicemente ci pareva la cosa giusta da fare. In primo luogo avevamo un comune sentire, principalmente un sentire di profonda irritazione, verso l’inanità, mediocrità e impotenza dei personaggi della sinistra tornata al potere. Dopo 5 anni di governo disastroso berlusconiano tutti speravamo di meglio, per cui sentire un Paolo Cento che discettava di decrescita o i vaneggiamenti sui presunti tesoretti da spendere (grazie ovviamente all’aumento di tasse di Padoa Schioppa) ci gettava nello sconforto. In secondo luogo, ritenevamo (e riteniamo, ma su questo torno dopo) che nostro compito fosse quello di fornire analisi e critiche senza alcuna mediazione politica. Come economisti crediamo alla divisione del lavoro. Spiegare le cose come stanno è il nostro compito, mentre cercare i compromessi e gli equilibri possibili per far avanzare proposte migliorative è compito di altri. Se volete capire cosa intendevamo, e cosa intendiamo, rileggetevi questo pezzo di Andrea Moro sulle proposte di riforma del mercato del lavoro.

Già dall’estate il blog iniziò a essere più letto. Iniziano a comparire articoli di amici e colleghi non appartenti al ”nucleo duro” (vedere questo e questo, per esempio; il primo ci porterà a conoscere e a stringere profonda amicizia proprio con un notaio e ora collaboratore abituale del sito, Sabino Patruno, a dimostrazione che le vie del web sono di un grado di infinito superiore a quello quelle del signore). Ci toccò iniziare a essere più seri, e il blog iniziò a chiederci più impegno. Iniziammo a insistere, tra noi soprattutto, nel controllo maniacale dei dati e delle informazioni fattuali che fornivamo. E quando non lo facevamo tra noi, nella fase redazionale, ci pensavano i lettori a bacchettarci, perfino nelle piccole cose. Pure sui gol che aveva segnato Facchetti (anche se, non c’è bisogno di dirlo, Facchetti era tutt’altro che una piccola cosa).

La faccio corta, che sennó non finiamo più. Dopo l’estate del 2006 il sito iniziò a espandersi sul serio. Il 2007 fu un anno di grossa crescita e nel luglio di quell’anno inaugurammo la prima edizione delle Giornate nfa, prima uscita pubblica non virtuale. Con la crescita iniziarono anche le attenzioni della stampa. In verità il primo approccio non fu molto positivo, dato che il primo articolo esplicitamente dedicato a NFA fu un bell’articolo sul Sole 24 Ore in cui si spiegava che siamo una massa di burini. Ma poi le cose migliorarono (in verità pure il il Sole ci permise di rispondere) e ora ormai i nostri tentacoli sono arrivati nelle redazioni di parecchi giornali.  Una cosa che abbiamo imparato è che la crescita dei lettori non è lineare: ci sono episodi e battaglie specifiche che allargano il numero di lettori, mentre una buona gestione quotidiana, che significa essenzialmente produrre un flusso abbastanza costante di articoli di buona qualità, permette di non retrocedere dalle vette raggiunte. Uno delle battaglie più importanti in quel periodo, di quelle che fanno balzare il numero di lettori, fu quella contro la porcata Alitalia, allora promossa e difesa dalla grande maggioranza dei giornali e delle televisioni. Gli altri passi credo siano noti alla maggioranza dei lettori: il libro su Tremonti, la nascita della fondazione, la nuova veste grafica del sito, fino al convegno di pochi giorni fa. Ora siamo qui, con varie migliaia di lettori giornalieri, decine di migliaia di contatti mensili, redattori che scrivono su Il Fatto, Linkiesta, Repubblica e l’inizio dell’esperienza di nfa-tv. Il nostro punto di vista, che sei anni fa pareva totalmente esoterico, resta comunque molto minoritario ma è senz’altro meglio compreso e apprezzato.

Come il blog mi ha cambiato.

È cambiato ovviamente il modo in cui ora occupo il mio tempo libero e il fatto che il mio nome è giusto un pelino più noto fuori dalla cerchia degli economisti di professione. Cosa ho imparato? Per scrivere questo pezzo mi sono riletto alcune delle cose che ho scritto agli albori del sito. In verità non molto è cambiato, in termini di analisi. Non è sorprendente, dato che comunque avevo già formato la mia cultura economico-politica quando inizia a scrivere (che è un modo un po’ infiocchettato di dire che non ero più giovinetto, e ora lo sono anche meno).

Ho approfondito la mia conoscenza della situazione contingente italiana, dato che mi sono messo a leggere con maggiore regolarità la stampa italiana. Una cosa su cui ho effettivamente cambiato opinione è che ora sono abbastanza più pessimista riguardo la qualità delle classi dirigenti italiane. Questo è sempre stato un cavallo di battaglia di Michele, ma inizialmente la cosa mi lasciava dubbioso. Non perché non fosse chiara l’inadeguatezza dei governanti, la pavidità degli industriali, l’arretratezza dei sindacalisti e via andando. Ma, mi dicevo, i problemi del paese sono più di fondo, e la classe dirigente è semplicemente espressione del paese. Oggi sono molto meno convinto di questo. Anche grazie a tutta la gente conosciuta in questi anni sul blog sono decisamente più ottimista sulla presenza di forze sane nel paese, anche se non necessariamente sulla loro capacità di vincere, e decisamente più pessimista sulle classi dirigenti. I motivi esatti per cui si è finiti in questo bad equilibrium in cui si permette a una banda di mediocri di controllare il paese e continuare a far danni non mi sono interamente chiari, anche se pezzi di spiegazione ogni tanto si riescono a cogliere; mi è chiaro invece che questo equilibrio sembra essere maledettamente stabile, e il rischio che le cose tornino esattamente dove erano prima una volta esaurita l’esperienza del governo Monti è grande.

Connessa a questa vi è un’altra cosa su cui sono più dubbioso che all’inizio dell’esperienza, ed è la scelta di presentare le analisi e le proposte in forma secca (diciamo di first best) lasciando ad altri il compito di cercare compromessi e punti di equilibrio. La verità, mi pare, è che la qualità delle classi dirigenti è così bassa e la loro cultura così lacunosa che in molti casi vi è una tale incapacità di cogliere i punti essenziali del ragionamento da pregiudicare la possibilità di arrivare a compromessi sensati. Questo è un problema, perché se si vuol essere rilevanti nel dibattito di politica economica impone di non dimenticarsi degli equilibri politici nel momento in cui si formulano analisi e proposte concrete. Che è seccante ed è cosa che non sappiamo fare bene (almeno io non so fare bene). Fido in qualche modo anche qui nell’evoluzione spontanea dell’ordine, ma questa resta una tensione irrisolta nel nostro lavoro qua su nFA.

E ora che facciamo?

È la domanda più difficile. Più o meno le alternative sono due. O torniamo a fare i goliardi spensierati, che significa divertirsi di più e contare di meno, oppure cerchiamo di influenzare seriamente il dibattito politico-economico italiano. La prima alternativa, anche se attraente, non è purtroppo perseguibile in buona coscienza. Stiamo quindi perseguendo la seconda. Grazie alla Fondazione abbiamo ora qualche risorsa in più e abbiamo anche iniziato a usarla (a proposito: ricordate il bottone donazione a destra del logo). Stiamo imparando, gradualmente, come essere più efficaci nel farci ascoltare. Ci sono limiti nostri, soprattutto nella capacità di comunicare e nella quantità di tempo che possiamo mettere a disposizione, e ci sono resistenze nella società e nel mondo politico a un messaggio che a molte orecchie suona talmente alieno da risultare incomprensibile. Ma qualcosa si muove, e se i prossimi anni saranno di crescita come lo sono stati gli ultimi sei qualche motivo di ottimismo c’è. Ma questo è sicuramente un punto su cui la riflessione è aperta e su cui ci piacerebbe sentire l’opinione dei lettori.

“Stiamo lavorando per voi” – Kos, Giugno 2007. Da sinistra, Giorgio Topa, Sandro Brusco, Andrea Moro, Michele Boldrin, e Alberto Bisin.