Bon Iver spadroneggia ai Grammy: miglior nuovo (?) artista

Per la giuria dei Grammy è lui il miglior nuovo artista (nuovo???) che ha prodotto anche il miglior disco alternativo. Stiamo parlando di Bon Iver. Per conoscerlo meglio, ecco un’intervista a Justin Vernon, il nome del folk singer che si cela dietro la sigla “buon inverno”. È un gran bel tipo che adora rintanarsi nel verde del Wisconsin dove è nato.

Di Josh Eells

Da Milwaukee in direzione nord, lungo la I-94, superate le Wisconsin Dells il paesaggio comincia a cambiare. I morbidi pascoli lasciano il posto a dirupi collinari e a foglie dai colori autunnali in ogni stagione. Un paio d’ore dopo raggiungiamo la cittadina di Fall Creek, che nella mappa del Wisconsin sta in alto a sinistra: lì, in fondo a un vialetto costeggiato da alberi di ciliegio, in cima ai 10 acri più elevati di Eau Claire County, vive Justin Vernon, colui che sta dietro gli eroi indie-rock Bon Iver.

In piedi sulla porta, jeans, maglione a V e calze spaiate (a righe e con cervi), si china a raccogliere un gatto che si chiama Melmon. “Benvenuto2, dice allungando la mano con cui non regge il gatto. “Sto preparando il pranzo. C’è qualcosa che non mangi”». Vernon, 30 anni, 1 metro e 90, ha una stazza da norvegese, capelli biondo cenere e una barba da boscaiolo. Nel rientrare scavalca una pila di stivali infangati. La casa è completamente rivestita di legno: pareti in legno, travi in legno. Legna da ardere sul pavimento. La silhouette del Wisconsin è dappertutto: mappe, piatti, il portaspezie… persino un portalampada di corna di cervo. Al piano inferiore, nello studio dove ha registrato il suo ultimo album, il pavimento è un parquet da basket acquistato via Internet dalla scuola di St.Paul per 200 dollari.

Un bel passo avanti rispetto all’abitazione dove nel 2007 compose For EmmaForever Ago, un capolavoro casalingo registrato con un portatile, chitarre e un paio di microfoni. Allora, Vernon viveva in North Carolina: aveva una band chiamata DeYarmond Edison, una fidanzata e un lavoro in una paninoteca dove si era pure beccato una brutta mononucleosi. La decisione di scappare nel Wisconsin arrivò dopo aver perso tutto quello che aveva giocando a poker online: a quel punto, Vernon lasciò band e fidanzata, e si rifugiò nel casotto di caccia del padre. Lassù cominciò a bere e a guardare una quantità infinita di episodi della serie televisiva Un medico tra gli orsi (“Dovessi mai scegliere una religione”, dice, “Un medico tra gli orsi sarebbe perfetta. E non sto scherzando”). Lì iniziò a registrare canzoni scarne e misteriose, cantate in un falsetto doppiato fino a creare cori simili a voci di fantasmi. Erano semplici demo, ma quando li ha postati ottennero un enorme successo. L’album ha venduto 300mila copie. Quelle registrazioni hanno avuto un ruolo centrale nel creare un mito intorno a Bon Iver: Into the Wild mischiato a Basement Tapes, Walden e Unabomber.

“La gente ha un po’ romanzato il tutto”, riflette Vernon. “Molti credono che me ne sia andato nel casotto per bere sciroppo d’acero, uccidere animali, registrare un disco e salvarmi la vita. Ma la situazione non era così al limite. Insomma, non andavo a caccia di cervi! Una volta un orso si è rubato il mio stufato, è vero, ma avevo un computer portatile, il telefono, l’elettricità. Mio padre aveva appena fatto costruire il bagno. Qualche volta alzavo un po’ il gomito e andavo a dormire alle otto. Tutto qui”.

Quando però il disco ha cominciato ad avere successo, sono iniziate ad accadere cose strane. Ad esempio: Vernon è diventato amico di penna di Gillian Anderson, la dottoressa Scully di X Files, il che per un fan della serie tv non era fatto di secondaria importanza. E un giorno, durante un concerto a Minneapolis di uno dei progetti paralleli di Vernon, i Gayngs, si è presentato Prince con la sua Stratocaster. Voleva salire sul palco, ma Vernon era troppo ubriaco per gestire la cosa. Il più bizzarro degli incontri è però avvenuto nel gennaio 2010, quando Vernon ha ricevuto una telefonata in cui gli dicevano che Kanye West voleva che lo raggiungesse alle Hawaii dove stava registrando il nuovo album. La risposta di Vernon è stata: “Chiedetegli se vuole venire lui qui”. (“Non so perché ho detto una cosa simile”, dice ridendo. “Era una scemata”). E, cosa ancora più strana, Kanye ha accettato. Ma il suo volo è stato cancellato per una tempesta di neve. “Il giorno dopo mi ha chiamato e ha detto: ‘Perché non vieni tu? Qui è carino'”. Vernon era un fan di Kanye, e dice che la stima era reciproca. “Credo gli piaccia il fatto che entrambi abbiamo un approccio emotivo alla musica”. Andando avanti e indietro dalle Hawaii, Vernon ha cantato in una decina di canzoni, di cui quattro sono finite nel disco e in Lost in the World è pure campionata Woods di Justin. Nel tempo libero, Vernon giocava a basket con Kanye e fumava l’erba migliore dell’intera costa dell’Oceano Pacifico.

Trascorriamo a Fall Creek una tranquilla serata. Dopo cena (cernia, champignon, insalata dall’orto di un contadino lì vicino) Vernon lava i piatti mentre la fidanzata – la cantante e songwriter Kathleen Edwards – prepara il tè. Poi saliamo al primo piano, gatto compreso, a guardare The Song Remains the Same. Vernon e Kathleen siedono sul divano tenendosi per mano e giocano a scarabeo su iPad. Vernon perde. “Lui vende più dischi”, dice Kathleen. “Ma io ho vinto più partite a scarabeo”.

La mattina dopo Vernon prepara la colazione (cereali, caffè espresso, yogurt) ed è pronto per andare in città a sbrigare qualche commissione. “Ti avviso”, annuncia mentre mette in moto la sua Honda CR-V: “In questo periodo non ascolto altro che Hot Country Radio”. Si sintonizza, e la prima cosa che esce dalla radio è una canzone su un enorme trattore verde. “Oh, cristo, sììì!”. Vernon ha sempre avuto gusti eclettici. Da ragazzo le sue band preferite erano Primus e Mighty Mighty Bosstones. In terza media impazziva per le Indigo Girls, un gruppo che ama a tal punto da aver tatuato il testo di una delle loro canzoni sul petto. Attraversiamo Eau Claire, superando l’ospedale dove Vernon è nato e poi la vecchia casa dei genitori dove è cresciuto tifando per la squadra di baseball dei Minnesota Twins (Minneapolis è a circa 150 chilometri da qui) e sognando di diventare un telecronista sportivo. Oltrepassiamo l’Università del Wisconsin, dove si è laureato in religioni comparate e ha perso la verginità (alle Towers, il dormitorio: un episodio che lui racconta nel brano intitolato appunto Towers, dal nuovo disco). Superiamo un incrocio dove una volta abitavano dei suoi amici, in una casa poi bruciata in un incendio (evento – dice – che gli ha insegnato il valore della memoria, e che è diventato un’altra canzone). Ciò che più gli piace di Eau Claire, però, è poter raggiungere il bosco in 10 minuti e, nella stagione dei cervi, il casotto di caccia in un’ora. “Mi dà serenità”, confessa. “Sai quando hai l’impressione che un posto quasi ti conosca?”. Qualche volta ha pensato di trasferirsi a Minneapolis, dove vivono il fratello, la sorella e altri parenti. Ha amici in quella città e la scena artistica è stimolante. “Ma a me piace stare in un posto come questo, tagliato fuori dal mondo. È interessante vedere quello che riesci a creare rimanendo in un microcosmo”.

Dopo il successo di For Emma, Vernon è stato in tour negli Stati Uniti, in Europa, Australia e Giappone. Il nuovo disco è sicuramente influenzato dai posti che ha visto, ma al tempo stesso rimane legato soprattutto al suo microcosmo familiare. La prima canzone che ha scritto, Perth, è ad esempio ispirata da una morte. “Eravamo a casa dei miei genitori a girare il video di Wolves”, racconta Vernon riferendosi a una delle tracce più crude e toccanti di For EmmaForever Ago. Il regista, Matt Amato, era un grande amico di Heath Ledger. “Era gennaio”, dice Vernon. “Un freddo del cazzo, 20 gradi sotto zero. Eravamo fuori a girare e siamo rientrati. È suonato il telefono di Matt”. Era qualcuno che lo informava che Ledger era morto. “Avevo vicino a me una persona il cui migliore amico era appena scomparso. Singhiozzava tra le mie braccia”. Nei due giorni successivi hanno bevuto brandy, e Amato ha ricordato di quando Ledger andava a cavallo nella sua Perth. La mattina in cui è ripartito, Vernon ha scritto di getto la canzone.

Se For Emma è stato un parto solitario, per il nuovo disco Vernon ha invece lavorato con una band. Ma “anche in questo caso ho cercato di trascorrere quanto più tempo possibile in solitudine”, dice. Le canzoni sono più elaborate, hanno arrangiamenti assai curati, ma rimangono introspettive e malinconiche. Gli risulta difficile spiegare di cosa parlano: soprattutto, pare abbiano a che vedere con i cicli delle stagioni, con il perdere delle cose e trovarne altre. “In termini di colori e di consapevolezza, però”, aggiunge, “è un disco molto primaverile”. Tornati a casa, Vernon va a fare jogging. Un giro di tre chilometri. Dai campi sale odore di merda di vacca. Vernon corre veloce. Si tiene in forma per il prossimo tour.

“È un po’ strano per me aspettare l’uscita di un disco. Non l’ho mai fatto. Sono eccitato”.

Il giorno dopo è seduto nel prato che parla di progetti per la casa. Vuole installare dei pannelli solari, o provare con l’eolico. Vuole anche coltivare erba. “Non molta, una decina di piantine. Per noi e per gli amici. Tanto per toglierci gli spacciatori dai piedi”. Gli chiedo se è sereno. “Mi sento a posto perché posso vivere facendo musica. Ma personalmente non sono proprio sereno. A volte mi mancano i miei. Ma è bello uscire di casa, avere uno spazio mio all’aperto e condividerlo con altre persone. Ho sempre desiderato vivere in campagna e ci sto riuscendo”. Sembra tutto magnifico. E allora la curiosità è inevitabile: da dove vengono tutta quella malinconia e quella tristezza di cui sono imbevute le sue canzoni? “Buona domanda”, osserva Vernon. “Nemmeno io so spiegarmelo con chiarezza. È per questo, forse, che il nuovo album suona quasi primaverile. Sto seguendo un percorso, e non è ancora completamente definito, ma mi sta portando verso qualcosa. La depressione non è un problema, davvero”, conclude. “Ma per fortuna, adesso è un bel po’ che non sono depresso”.